Recensione di una copia review. Il nostro Sistema di Valutazione.
In Their Shoes non è il classico gioco in cui vestiamo i panni di un eroe pronto a sacrificarsi per salvare il mondo; è, invece, un invito a conoscere la quotidianità di sette persone, con le loro fragilità e paure, in una Milano che dà tanto ma che, in certi momenti, sembra toglierti ancora di più.
We Are Müesli, casa di sviluppo nota per opere non convenzionali come Venti Mesi, è riuscita con In Their Shoes a rimanere fedele alla propria visione artistica, portando su schermo un titolo che spinge a riflettere e, soprattutto, a mettersi nei panni dell’altro.
All’interno del gioco vivremo le storie di sette personaggi, tutti caratterizzati con cura. Ogni vicenda è narrata da un paio di scarpe — sette in totale — che spaziano dalle semplici ciabatte alle più eleganti calzature con il tacco. Ogni paio ci racconta un frammento di vita, tra sfera lavorativa e privata, permettendoci di accedere ai pensieri più intimi dei protagonisti.
Queste storie si dipanano come se stessimo assistendo a una chat testuale, completa di balloon e sfondi minimalisti che suggeriscono l’ambientazione. Anche la colonna sonora Lo-Fi, arricchita da suoni ambientali, è studiata per conferire realismo alla scena, abbattere la quarta parete e farci vivere quei momenti come se fossero nostri.
Scelte e introspezione
Durante i dialoghi avremo la possibilità di prendere decisioni selezionando diverse opzioni. Per aiutarci nella scelta, potremo spendere un Token per conoscere il pensiero profondo del protagonista e capire la sua percezione degli eventi. Nulla è scritto nella pietra: le nostre decisioni influenzeranno l’evoluzione della storia e i futuri risvolti.
Una volta completate le storie, potremo posizionarle all’interno di una Timeline che copre un intero anno, dal primo giorno di primavera all’ultimo d’inverno. In questo contesto, Milano emerge come la vera protagonista: i sette personaggi a cui ci affezioneremo sono solo le diverse facce della città, una sorta di Giano bifronte metropolitano.
Un’opera divisiva e necessaria
Proprio come Giano, però, In Their Shoes presenta a mio avviso due volti contrapposti. Da una parte l’ambizione artistica, dall’altra una componente ludica che mostra qualche piccolo neo: la durata appare a tratti eccessiva e la narrativa risulta frammentata. Questo ritmo spezzato può rendere difficile empatizzare pienamente con i personaggi, poiché il racconto spesso si conclude proprio quando si inizia a stabilire una connessione, passando immediatamente alla storia successiva. Sebbene nulla vieti di seguire le singole vicende individualmente, ciò è possibile solo dalla metà dell’esperienza in poi; inizialmente, la disponibilità limitata di scarpe ci costringe a vivere più storie contemporaneamente, diluendo talvolta l’impatto emotivo dei singoli archi narrativi.
Queste criticità strutturali, unite alla sua natura di visual novel mumblecore, rendono il titolo non adatto a tutti. Si tratta di un sottogenere di nicchia, ma credo che l’intenzione del team sia proprio questa: non rincorrere il grande pubblico, bensì dialogare con chi è disposto a coglierne l’essenza più profonda.
È innegabile che si parli di arte: un’arte divisiva, a tratti provocatoria, capace di alimentare il dibattito per giorni senza che nessuno abbia necessariamente ragione o torto. In Their Shoes fa di tutto per risultare “scomoda” nella sua semplicità, affrontando temi complessi come la depressione o il poliamore. Il gioco normalizza sfumature della personalità umana che molti considerano ancora tabù, trattandole non come patologie, ma come parte integrante della quotidiana normalità.




